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Psoriasi e sindrome metabolica: perché la pelle parla anche del cuore

17 lug 2024
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 21 ago

Quando una persona con la psoriasi entra nel mio studio, la domanda che si aspetta riguarda la pelle.

Quella che faccio io, spesso, riguarda la pressione, la circonferenza della vita, gli ultimi esami del sangue.

Non è una deviazione dal discorso. È il discorso.

La psoriasi colpisce circa il 2-3% della popolazione mondiale, e per anni è stata considerata una malattia della pelle. Oggi sappiamo che è una malattia infiammatoria sistemica: l'infiammazione che vediamo sulle placche è la stessa che lavora, in silenzio, su altri organi.

E il punto in cui questo si vede meglio si chiama sindrome metabolica.

Che cos'è la sindrome metabolica

Non è una malattia singola, ma un insieme di condizioni che, quando compaiono insieme, aumentano il rischio di diabete di tipo 2 e di malattie cardiovascolari.

Si parla di sindrome metabolica quando ne sono presenti almeno tre:

  • obesità addominale: girovita superiore a 102 cm negli uomini e a 88 cm nelle donne

  • trigliceridi alti: uguali o superiori a 150 mg/dL

  • colesterolo HDL basso: sotto 40 mg/dL negli uomini, sotto 50 mg/dL nelle donne

  • pressione alta: uguale o superiore a 130/85 mmHg

  • glicemia a digiuno alterata: uguale o superiore a 110 mg/dL

Sono cinque numeri che quasi tutti abbiamo già, da qualche parte, negli esami dell'ultimo anno.

Il punto non è averli. È averli guardati insieme.

I cinque parametri della sindrome metabolica con le rispettive soglie: girovita, trigliceridi, colesterolo HDL, pressione e glicemia a digiuno. Ne bastano tre alterati.

Presi uno per uno sembrano piccoli scostamenti, di quelli che il referto segnala e che si tende a rimandare. Messi in fila raccontano un'altra storia.

Una nota sul primo punto, perché è quello che sorprende di più: conta il girovita, non il peso sulla bilancia.

Il grasso che si deposita attorno agli organi addominali è metabolicamente attivo in modo diverso da quello che sta sui fianchi o sulle gambe. Due persone dello stesso peso possono avere rischi molto diversi.

Perché chi ha la psoriasi la sviluppa più spesso

Gli studi epidemiologici mostrano una prevalenza di sindrome metabolica più alta fra le persone con psoriasi rispetto alla popolazione generale.

Questa associazione è indipendente dall'età e dal sesso, e segue la gravità: più la psoriasi è estesa, più il rischio cresce.

Il motivo non è il caso. Le due condizioni condividono gli stessi meccanismi.

Le citochine infiammatorie. Nella psoriasi l'infiammazione è sostenuta soprattutto dalle cellule Th17, che producono molecole come IL-17, TNF-alfa e IL-22.

L'asse IL-23/Th17 è centrale in entrambe le condizioni, ed è lo stesso di cui ho parlato spiegando il ruolo del sistema immunitario nella psoriasi.

Quelle molecole non si limitano a far proliferare i cheratinociti della pelle: sono implicate anche nell'insulino-resistenza, nell'ipertensione e nel diabete.

L'insulino-resistenza merita una riga in più, perché è il perno di tutto il discorso. L'insulina è la chiave che apre alle cellule la porta per far entrare lo zucchero. Quando le cellule diventano meno sensibili, la chiave gira male: il corpo risponde producendone di più.

Per un po' il meccanismo regge e la glicemia resta normale. Poi smette di reggere. Nel frattempo, però, l'insulina alta ha già favorito accumulo di grasso e infiammazione.

È la stessa infiammazione, quindi, che lavora in due posti diversi.

Schema in quattro tappe: l'infiammazione di fondo porta all'insulino-resistenza, che apre alla sindrome metabolica, che aumenta il rischio cardiovascolare.

Il tessuto adiposo. Il grasso non è un deposito inerte: produce sostanze che regolano il metabolismo.

Nelle persone con psoriasi l'adiponectina, che aiuta la sensibilità all'insulina, tende a essere bassa; la leptina tende a essere alta. Il primo squilibrio si associa a una psoriasi più grave, il secondo ai disordini metabolici.

Di questo ho scritto più a lungo nell'articolo su psoriasi e peso.

Lo stress ossidativo e quello del reticolo endoplasmatico. Sono due forme di affaticamento cellulare. Nella psoriasi aumentano entrambe, e contribuiscono sia alla sofferenza delle cellule sia all'insulino-resistenza.

Il microbiota intestinale. Nelle persone con psoriasi la composizione dei batteri intestinali è diversa da quella dei soggetti sani. La riduzione di specie utili come Akkermansia muciniphila può favorire sia l'infiammazione sia i disturbi metabolici.

È lo stesso filo che ho seguito parlando della psoriasi come malattia intestinale.

Il punto che riguarda il cuore

Qui il discorso diventa più serio, e vale la pena dirlo con chiarezza.

Le persone con psoriasi hanno un rischio aumentato di eventi cardiovascolari, come l'infarto del miocardio e la malattia ischemica del cuore.

La gravità della psoriasi è stata associata all'infiammazione dei vasi sanguigni e alla formazione di placche aterosclerotiche. In altre parole: la stessa infiammazione che si vede sulla pelle si misura anche dentro le arterie.

C'è però un dato che va nella direzione opposta, ed è incoraggiante. Gli studi di imaging mostrano che i pazienti trattati con farmaci biologici mirati — inibitori del TNF-alfa e dell'IL-17 — presentano una riduzione dell'infiammazione vascolare e delle dimensioni delle placche.

Curare bene l'infiammazione, quindi, non serve solo alla pelle.

Cosa si può fare, concretamente

La prima cosa è guardare. Uno screening periodico per la sindrome metabolica in chi ha la psoriasi non è un eccesso di zelo: è il modo per accorgersi in tempo di qualcosa che si sviluppa senza sintomi.

Servono cinque misure, tutte semplici e tutte poco costose: girovita, pressione, glicemia a digiuno, trigliceridi, colesterolo HDL.

Non serve nulla di sofisticato: un metro da sarta, un misuratore di pressione e un prelievo ordinario. Con che frequenza ripeterli lo si decide caso per caso, insieme al medico che ti segue.

La cosa importante è che qualcuno li guardi tutti e cinque nello stesso momento, invece di valutarli separatamente in visite diverse. È esattamente il tipo di lettura d'insieme che in dermatologia funzionale cerchiamo di fare.

Poi c'è quello che si costruisce nel tempo, e che va disegnato sulla singola persona.

L'alimentazione. Una dieta ricca di antiossidanti e povera di zuccheri raffinati e grassi saturi aiuta a ridurre l'infiammazione e a migliorare il quadro metabolico.

Probiotici e prebiotici possono sostenere un microbiota più equilibrato. Non sono la stessa cosa: i probiotici sono batteri utili, i prebiotici sono il nutrimento che permette a quei batteri di attecchire.

L'integrazione. Vitamina D, vitamina C ed E sono state studiate per il loro ruolo sullo stress ossidativo e sulla funzione immunitaria.

Quali servano, in che dose e per quanto tempo dipende però dai valori di partenza della singola persona: non esiste un protocollo che vada bene per tutti.

Lo stile di vita. Attività fisica regolare, gestione dello stress e sonno adeguato non sono contorno. Agiscono sugli stessi meccanismi di cui abbiamo parlato: infiammazione, sensibilità all'insulina, equilibrio del microbiota.

Il messaggio che voglio lasciarti

Se convivi con la psoriasi, la tua pelle non è un problema estetico da coprire. È una bussola che indica qualcosa che succede più in profondità.

Questo non vuol dire che avrai sicuramente la sindrome metabolica, né che sia colpa di come vivi.

L'infiammazione e il metabolismo si alimentano a vicenda, e questo circolo non si spezza con la forza di volontà: si spezza capendo da che parte è più efficace intervenire nel tuo caso specifico.

Vuol dire che vale la pena guardare, perché guardare in tempo cambia le cose.

E vuol dire che curare l'infiammazione, da qualunque parte si cominci, porta benefici in più direzioni contemporaneamente.

Fonti: Hao Y, Zhu Y-j, Zou S, Zhou P, Hu Y-w, Zhao Q-x, Gu L-n, Zhang H-z, Wang Z, Li J. Metabolic Syndrome and Psoriasis: Mechanisms and Future Directions. Front Immunol. 2021;12:711060. — Wu JJ, Kavanaugh A, Lebwohl MG, Gniadecki R, Merola JF.

Psoriasis and metabolic syndrome: implications for the management and treatment of psoriasis.

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